Cara città,
vorrei affidare a ben altro che a un foglio di giornale il mio augurio di Buon Natale per te.
Vorrei, se mi fosse concesso, lasciare nella mezzanotte il trasognato rapimento della liturgia, e aggirarmi per le tue strade, e bussare a tutte le porte, e suonare a tutti i campanelli, e parlare a tutti i citofoni, e dare una voce sotto ogni finestra illuminata, e dire a ognuno:” Non scoraggiarti: è nata la speranza!”.
Vorrei recarmi sul litorale, dove il mare è più buio, e affidare al concerto della risacca frammenti di antichi ritornelli pastorali perché le onde brontolando li portino lontano:”E’ nato il Redentore!”.
Vorrei stringere la mano di tutti, dei bambini e dei grandi, dei ricchi e dei poveri, e fissare gli occhi della gente, e ripetere a ognuno che, se la tregua santa del Natale si allargasse a tutti i trecentosessantacinque giorni dell’anno, la vita sulla terra sarebbe più bella: senza sfrattati, senza disoccupati, senza infelici, senza famiglie divise, senza cuori delusi, senza tragiche solitudini.
Vorrei poter disegnare la mappa delle sofferenze più atroci della città, e individuare le disperazioni più crude, e isolare la fontana delle lacrime più amare, e prendere per mano chi non sa che farsene di questo Natale, e condurlo con me nella cattedrale. E lì, nel silenzio della navata rimasta deserta dopo il tripudio della mezzanotte, avvolta ancora da tepori d’incenso, indicargli una capanna, e nella capanna un bimbo, e dirgli che proprio da lì è sgorgato il rigagnolo della “santa allegrezza”. Destinato a divenire torrente e poi fiume e poi oceano.
Nel quale tutti siamo chiamati a naufragare.
Buon Natale, cara città.

+ don Tonino, vescovo

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